Alessandro Giampaoli

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2015 L'impénétrable simplicité de ce qui est  

“[…] Il n’y a pas immédiatement une révolution globale de changement intégrale du monde. Il y a un processus complexe, point par point, qui s’étend jusqu’aux dimensions du monde, dans un façon qui n'est jamais nécessaire, le renversement d’une intensité nulle à intensité maximum. Nous ne sommes rien, soyons tout”.

(Alain Badiou)


"Y-a t il une errance qui conduise à l’absence? Si il existe une route, le parcours serait circulaire. Dans la considération de la vie comme ligne droite, il y a le principe de la fin et de la renonciation à l’éternité. Bien qu' il n'ait pas demandé à l’homme du XXIème siècle «d'être», on lui pose la question de l’“avenir” en se laissant brûler par une apparence qui ne laisse ni souvenir, ni graine pour de nouvelles germinations. Le mythe contemporain est nourri par l’agitation et la stérilité, mettant en évidence une liberté trompeuse du sujet. La réalité que nous percevons est fragmentée et illusoire, elle crée de la confusion même si le chemin prend la direction d'une évidence. Pour faire la révolution, il s’agit d’accomplir un tour complet; la Nature l'a toujours fait en se manifestant dans un mouvement cyclique et perpétuel afin de revenir sur elle-même. Il est donc nécessaire de donner une place à l'errance humaine, si le but est de retrouver l’essence des choses. Cela n’est possible que si l’on accepte simplement la vie qui passe.

La recherche artistique est une errance, en tant que telle, elle a pour but le retour à l’essentiel. Ce qui m’intéresse, n’a rien à voir avec les questions de la critique, ni de la morale, mais simplement de communiquer la nécessité de reconnaître à l’homme la capacité d'exister au-delà des modèles artificiels.
La photographie est le moment dans le processus de création de la synthèse finale , issu d’un geste rituel: l’élaboration d'un pigment blanc sur le corps et un noir sur des éléments végétaux qui composeront la scène. La peinture blanche sur les corps ne représente pas seulement un acte de purification qui conduit à une condition préexistante, mais aussi à un passage d’état spirituel. D’autre parte, la couleur noire des plantes, renvoie à la fracture qui est imposée dans la vie de chaque homme, la même qui la rend incapable de se sentir comme unité indistincte de l'ordre naturel. Le projet est né en 2010 en deux phases, Ápeiron et Kyklos. Ápeiron révèle un être humain purifié des superstructures qui est appelé à se mettre en relation avec une Nature perçue comme une présence antagoniste noire.
Le processus de rapprochement passe par la prise de conscience de la fracture d'où émerge la clarté du chemin. Seulement l'espace blanc est une puissance vide et représente la terre de conquête d’une correspondance perdue entre la Vie et l’Essence. Kyklos, symbolise plutôt l'épiphanie d’un miracle de régénération représenté par le «corps naturel» d'un arbre déraciné et balayé en aval par les courants de la rivière et renvoyé à la terre par la mer.
De ce «corps naturel», apparemment sans vie, on retrouve le corps humain en mouvement symbolisé par le tronc : ce tronc symbolique est comme un bourgeon ou un branche à la recherche de lumière, d’une nouvelle vie, en essayent de surmonter la limite physique de l’existence pour finalement fermer le cercle de l’éternel devenir."

Alessandro Giampaoli

Texte pour l'exposition ‘L'impénétrable simplicité de ce qui est’ à la Galerie Espèces d'Espaces, Paris, 2015 (traduction de Leonora Lotti)

 





L'immanenza tangibile del vuoto: il non-confine  

Intervista di Debora Ricciardi


La staged photography è un approccio ampiamente utilizzato dagli artisti contemporanei per ampliare le potenzialità illusionistiche della fotografia. Ma se per alcuni l'orizzonte semantico è spinto verso interpretazioni paradossali dell’idea stessa di 'messa in scena', per altri l'urgenza segnica vira verso la necessità di lavorare per sottrazione a beneficio del “vacui”. É sul non-confine del vuoto che troviamo l'operare artistico di Alessandro Giampaoli (Pesaro, 1972), regista di una scena bicromatica in cui elementi naturali e presenze umane si coprono di pigmenti prima della ripresa fotografica.
Il suo lavoro, presente in collezioni pubbliche e private, ha avuto riconoscimenti internazionali ed è stato esposto in personali, collettive e fiere d'arte in Italia e all'estero. Nel 2014 ha vinto la 64ª edizione del Premio “G.B. Salvi” di Sassoferrato.

Nelle tue opere è protagonista il corpo umano che diventa luogo in cui cogliere il vuoto, inteso come spazio di trasformazione che crea legami con un corpo più ampio, cioè quello cosmico. In che modo il misticismo orientale, al quale il concetto di vuoto di cui è intrisa la tua poetica rimanda esplicitamente, entra a far parte della tua ricerca?
In realtà è un corpo quasi etereo, teso al superamento dei limiti del tempo, dello spazio e della materia, territorio di ricerca spirituale, proiettato nel vuoto alla ricerca di una fusione con l'Assoluto. L'arte è legata alla mistica, tuttavia non mi sono ispirato alla filosofia orientale nè ad altre scuole di pensiero, bensì è stato il mio percorso di ricerca a condurmi su territori comuni e solo poi ho trovato corrispondenze nel Tao Te Ching, come nella Kabbalah. Il vuoto è il luogo della possibilità, energia in potenza, come ci conferma anche la fisica quantistica.

L’artista percepisce il proprio tempo attraverso “una non perfetta aderenza con esso ma, proprio attraverso questo scarto e questa discronia, è capace più degli altri di percepire e afferrare il suo tempo” (Friedrich Nietzsche, Le considerazioni inattuali, 1857). Qual è il tuo rapporto col tempo e in che modo influenza la tua visione della realtà?
Il tempo è un confine da superare, perchè è e resta una convenzione. Spesso l'opera di un artista è orientata al superamento del suo tempo e scaturisce per contrasto. É naturale quindi vivere il contemporaneo in una tensione vibrante coltivando una visione che non può essere accolta in tempo reale. Per questo non ho mai considerato l'arte come specchio del tangibile.

Panofsky nel saggio La prospettiva come forma simbolica, ritiene che il rapporto con il visibile non ammetta il visionario. Nella tua ricerca invece il visibile ed il visionario si intrecciano e “lo spazio non è altro che la luce più sottile” (Proclo), in che modo dunque il rapporto tra visibile e visionario veicola il concetto personale che hai di spazio?
Nel mio lavoro l'invisibile è ciò che da senso al visibile. Considero le mie opere frammenti d'invisibile portati alla luce. Il confine fisico dell'immagine non segna la fine dello spazio dell'opera poiché questo è estendibile all'infinito. É il motivo per cui i soggetti delle mie fotografie sono spesso ai margini o fuori campo: è lo spazio vuoto il vero protagonista delle opere, pura luce, il luogo dove visibile e visionario convivono e si compenetrano.

La manifestazione del tuo pensiero creativo pulsa nello sforzo di raggiungere l'intima verità delle cose attraverso la sublimazione della luce, di cui viene esaltato il valore di astrazione. Esiste una correlazione tra l'uso che fai della luce e ciò che ha rappresentato l'oro per la storia antica dell'arte, ma non solo?
Certamente sì. Nella storia delle civiltà è frequente l'uso dell'oro come emanazione della luce divina. Attraverso la luce ho cercato di rappresentare l'Assoluto e la tensione umana verso una dimensione di purezza e perfezione ideali. Questo è evidente nella serie Deiwo, dove l'irradiazione diventa processo di divinizzazione e liberazione dalla materia e le figure sono letteralmente inghiottite dalla luce.

Credi che oggi abbia ancora senso chiedersi che cos'è l'arte e quale sia il ruolo dell'artista nella contemporaneità?
Non solo ha senso, ma è d'obbligo porsi questa domanda! Sono convinto che l'arte non debba essere troppo “umana” e avere la capacità di condurre in un altrove senza confini spazio-temporali. Oggi non solo è necessaria una nuova forma d'arte che prenda le distanze da un’opulenza estetica che nasconde povertà spirituale, ma anche un nuovo sguardo che sappia resistere alle migliori offerte del supermercato dell’immagine.
L'artista dovrebbe spogliare l'essere umano delle convenzioni e delle sovrastrutture per condurlo al centro dell'esistenza: stiamo vivendo l'epifania di una inaspettata consapevolezza e nella costruzione di un mondo nuovo l'artista ha un ruolo fondamentale.


L’Aperitivo Illustrato, Anno IX, Numero 68, Winter 2015

 





2013 À rebours  

A ritroso va colui che cerca la verità nelle piccole cose, nei frammenti, nei segni. Perchè ostinarsi a vivere in costante apnea, se è possibile riconquistare l'originaria leggerezza, la stessa del polline aureo che rende l'ape piccola Ebe? Non sarà che questa gravità del mondo ha irretito i cuori tra sbarre arrugginite di inezia e volgarità? La stessa gravità che insegna che ha valore solo ciò che è solido, robusto, forte, funzionale e soprattutto produttivo. Quanto è doloroso il boato sotterraneo della gravità, quanti sordi sono ormai assuefatti da quella perversa voce che si maschera da melodiosa sirena!
Italo Calvino ha dedicato alla leggerezza un saggio indimenticabile nelle sue Lezioni Americane, le sue parole traducono brillantemente l'idea di gravità contemporanea: “In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. L’unico eroe capace di tagliare la testa della Medusa è Perseo, che vola coi sandali alati...”.
Ma perchè ci sia la leggerezza e con essa la grazia, non basta arrampicarsi su un ciglio e tendere al cielo! Nel cammino accidentato dell'esistere vanno accettate sia la fragilità che la delicatezza, come pure l'idea di cura incondizionata che può essere anche semplice carezza: “… E queste cose che vivono di morire,/ lo sanno che tu le celebri; passano/ ma ci credono capaci di salvarle, noi che passiamo più di tutto./ Vogliono essere trasmutate, entro il nostro invisibile cuore/ in -oh Infinito- in noi! Qualsia quel che siamo alla fine”.
E così i passi lenti tra boschi prima ignorati, si devono sciogliere in sguardi attenti a tutto ciò che fisicamente si fa leggero: una piuma, una foglia che dondola prima di staccarsi dal ramo, un fiore che si apre alla luce, una presenza magica che si lascia scrutare solo da chi è limpido nell'occhio. L'inutile e l'effimero diventano binomio di eccellenza che farà del nostro sentire un baluardo contro la pesantezza. L'inutile con il gioco, la danza, l'arte dell'ozio, persino il correre in bicicletta, darà valore a quella leggerezza che cerchiamo in cielo ma che abbiamo in tasca senza saperlo. L'effimero coi riflessi di luce, le ali di farfalla, la fiammella di candela, ci avverte della caducità del tempo e di quanto sia importante riconoscersi limitati. Ma anche l’assurdo, il non-sense, l'impensabile, il comico, la fede in senso kierkegaardiano aiutano a colmarsi di quell'aria leggera che abbiamo dentro e che ci eleva.
La leggerezza della poesia dell'arte è lo strumento che più di ogni altro sa sottrarre gravità, elevandosi oltre l'insipidezza del mondo, illuminandone la segreta filigrana. Borges con la sua poesia “Le cose” punta un faro sulla nobiltà dell'inutile e dell'effimero:

Le monete, il bastone, il portachiavi,
la pronta serratura, i tardi appunti
che non potranno leggere i miei scarsi
giorni, le carte, gli scacchi cui giocavi,
un libro e tra le pagine essiccata
la viola, monumento d'una sera
di certo inobliabile e obliata,
il rosso specchio a occidente in cui arde
illusoria un'aurora. Quante cose,
lime, soglie, coppe, chiodi,atlanti
ci servono come schiavi zelanti,
discrete e tacite, stranamente segrete!
Dureranno piú in là del nostro oblio;
non sapran mai che ce ne siamo andati.

Il cammino a ritroso è dunque l'unico che si può compiere per scrollarsi di dosso le dissonanti superfetazioni, per riappropriarsi del respiro ed avere una luce negli occhi che parli di infinito. Senza più tendere al cielo, senza più imitare Icaro, scendiamo dentro e cogliamo la nuvola che abbiamo nel petto.

I. Calvino, Lezioni americane,Mondadori, Milano, 2000.
2. R.M. Rilke, Elegie duinesi, Feltrinelli, Milano, 2006.
3. J.L. Borges, Poesie (1923-1976), Rizzoli, 2004.

Debora Ricciardi

Scritto per À rebours, XXX Fuorifestival, Pesaro, IT - 2013

 





2011 Ethos - Deiwo  

Alessandro Giampaoli l’ho incontrato in questa circostanza della mostra. Nel senso che ho incontrato solo ora il suo lavoro. Affascinante. Se Sguanci usa la levità per togliere corpo e peso al reale, Giampaoli della leggerezza fa l’elemento primo del suo sottile e lirico parlare per immagini. Ciò che seduce, di questo artista, è il sentimento del vuoto, ma non inteso secondo il pensiero occidentale che ne fa un regno dell’assenza, bensì concepito alla maniera orientale che lo individua come un immenso deposito del possibile, ovvero come una dimensione pregna di presenze pronte a fenomenizzarsi: insomma come un territorio straricco di possibilità pure, dove ciò-che-non-è può essere. Un vuoto, in sostanza, abbagliante di attesa, quanto la celebre tela bianca pensata da Vasilij Kandinsky.
Anche in Giampaoli si avverte la propensione al simbolo e, in chiave antropologico-culturale, pure quella in direzione del mito. Al pari di Sguanci. Perché i due artisti (che sembrano essere tanto diversi (Sguanci in tensione verso l’Ethos e Giampaoli verso il Deiwo), in realtà sono molto più simili ed empatici di quanto possano apparire. Soprattutto in quanto condividono un comune denominatore e cioè la luce, concepita come valore di sintesi (lo hanno già fatto, nel XIX secolo, in modo straordinario gli Impressionisti e, dopo di loro, i movimenti avanguardistici che ne sono scaturiti, a cominciare dai Neo-impressionisti o Pointellistes), ma in particolare quale mezzo atto alla costruzione di un linguaggio che sia rivelativo dell’essere (Martin Heiddeger) e conduca all’Assoluto.
Ho l’impressione che la luce di Luca Sguanci provenga dal trascendente per accarezzare le superfici delle cose e delle figure e renderle significanti, mentre quella usata da Alessandro Giampaoli parta dalla cose, si esalti nel vuoto (spazio che si fa luce) per avviarsi, veloce, verso l’origine del Tutto. Quindi sono diversi i percorsi, le direzioni per cui la luce si posa sui mondi dei due artisti, ma è uguale la sua natura di impalpabilità creatrice di atmosfere sublimi e di epifania del trascendente.

Armando Ginesi

Estratto dal testo critico per il progetto espositivo di Luca Sguanci e Alessandro Giampaoli Ethos - Deiwo, 2011

 





Cosa accade quando la luce decide di celebrare il vuoto  

L’identità concettuale di un’immagine è tanto forte quanto la capacità della stessa di evocare una memoria, una eco, un’idea di presenza in assenza. Ma se per alcuni la fenomenologia della fotografia si avvale per lo più di un pensiero non cogente, ancorato in un accadimento che “è stato” (Roland Barthes, Camera chiara), per Alessandro Giampaoli, il Tempo dello scatto si dilata e si determina “come un non ancora”, un tempo “vuoto”, “assente”.
Ogni fotogramma nasce da un lungo processo metabolico di sintesi creativa che annulla qualsiasi volontà di cogliere “l’hic et nunc”, per proiettarsi come risposta plasmabile di un divenire altro. Lo stesso uso di strumentazione analogica, non ancora detronizzata da Giampaoli, nonchè il totale ossequio al bianco e nero richiedono, una “pausa immaginifica che faccia da argine all’ipertrofia segnica parossistica di cui siamo vittime” (Gillo Dorfles, Horror pleni).
Tuttavia, anche se la sintassi creativa di questo artista ha una varietà tematica e tecnica radicata in anni di esperienza e studio, il proprio logos figurativo si è strutturato attorno ad un’unica e costante esigenza di ricerca, che è quella della sintesi più netta, non solo formale ma anche e soprattutto ideologica. Il “vuoto” diventa così un valore estetico che si palesa nell’idea di una Bellezza dinamica perché in costante divenire, come la Natura. D’altra parte il “vuoto” spaziale non è pura assenza di spazio, né spazialità assoluta. Il vuoto spaziale ha infatti una duplice funzionalità dialettica e trascendentale: da un lato si dà solo in rapporto allo spazio pieno, dall’altro è immanente a ciascuna entità particolare. Ciò che si vuole arginare è la dorflesiana “in-civiltà” del rumore che rende irrequieti gli animi, per approdare ad una diga di Silenzio che consente alla Coscienza di ampliarsi ed abbracciare l’Universo. L’operare di Giampaoli ha una poeticità che risuona di misticismo orientale, in cui l’idea di vuoto è sinonimo di infinita ricchezza di possibilità, di massima apertura e libertà. Così nella serie “Deiwo” la presenza del vuoto e la sua potenza sono esaltate come nella pittura a inchiostro giapponese – i c.d. sumi - dove lo spazio lasciato bianco è preponderante rispetto agli spazi occupati da segni e figure. Ecco allora che la fotografia mette in evidenza ciò che è assente e presiede a quell’essenza universale che è impermanenza. Il vuoto diventa concreto e reale, riflesso di una luminosa in-essenza produttiva, di cui si ha esperienza fattuale attraverso la fotografia, che anziché rappresentare un oggetto, presenta il vuoto tra gli oggetti stessi, ciò che li individua e li distingue.
É così che Giampaoli si trasforma in abile alchimista della luce per esaltare il “vacui”, quale strumento prezioso di crescita culturale; quel “vacui” privo ancora di identità, zona di penombra che, con felpata gentilezza, invita l’osservatore a ipotizzare, creare, ragionare per riconquistare quella corrispondenza perduta tra Vita ed Essenza. Una verità macroscopica, zona franca, quasi mai sondata dall’arte contemporanea, che spesso e banalmente sovrappone la luce ad un “pleni” già di per sé finito! Ma se l’arte è specchio di ciò che ha corrotto il sentire umano, allora che senso ha l’arte? L’arte dovrebbe smettere di essere provocazione ostentata, abbandonare la maschera grottesca del nulla e della morte e indossare la veste dell’autentica Bellezza, l’unica capace di curare la cecità interiore dell’uomo contemporaneo, al costo di dover ricorrere alla pelle leonina, all’arco e alla faretra erculei! L’Armonia, eco riflesso dell’equilibro universale, tornerebbe così a rivestire l’arte stessa di quell’aura sacrale che le è propria, offrendo all’uomo capace di predisporsi all’ascolto paziente, una via di salvezza.
L’artista è così poeta vate che indaga l’animo umano attraverso una composizione estetica, nella quale anche l’aspetto gestuale riveste un ruolo decisivo. Negli ultimi lavori fotografici, infatti, Giampaoli dipinge i corpi di bianco, alludendo al bisogno di ripulire la Natura umana dall’inquinamento psicofisico di cui soffre. L’uomo è spogliato di tutto, messo a confronto con la sua vera essenza. L’unico imperativo categorico al quale deve rispondere è quello di tagliare il nodo ossessivo che lo vuole antagonista di se stesso, per tornare a udire non solo la voce della Natura, ma anche la propria diventata ormai afona.
La sfida che lancia questo sublime artista è dunque quella di attraversare il divenire della cultura con l’ambizione di conquistare l’unica vera ricchezza per l’uomo: la capacità di “Essere” umani nella consapevolezza dei propri umani limiti.

Debora Ricciardi

Primapagina, Anno XIV, Numero 56, Giugno 2011

 





Modern Photography  

The poetical story is as well created in the art by Alessandro Giampaoli. His landscapes are always recognisable. The look like some non-material isles of a hinam soul, some sensual space as if floating out of our memory.

Marina Jigarkhanyan
Saint Petersburg Photo Vernissage 2011
"Melody and Passion of Mediterranean. Italy. Spain."

 





Alessandro Giampaoli - "Deiwo"  

“…Proprio mentre si stava recando in questa città fu avvolto da una luce ed udì una voce che gli disse: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti!». La voce era quella di Gesù che si domandava il perché di tanto accanimento. Saulo si accasciò a terra quando si rialzò ed aprì gli occhi si rese conto di essere diventato cieco…”
(Atti 9, 1-9)


DEIWO significa "emettere luce": è la radice indoeuropea e l’origine del termine "divinità".
Alessandro Giampaoli (classe 1972) pone al centro di questo suo delicato e insieme forte lavoro, l’Uomo e la sua atavica aspirazione ad una perfezione "superiore", intesa come ricerca e prova dell’Assoluto.
Pensiamo, nell’Arte barocca, alla splendida rappresentazione fisica della Luce che ne ha dato il grande Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) nel gruppo scultoreo dell’Estasi di Santa Teresa d’Avila (1647-52) per la Cappella Cornaro, in Roma: un fascio di raggi in bronzo dorato scende sul gruppo scultoreo, illuminato da una fonte di luce che agisce dall'alto, una finestra con i vetri gialli pensata per rimanere nascosta dal timpano dell'altare, in modo da rafforzare la sensazione dell'evento in senso realistico. Si può facilmente immaginare quanto tale effetto, nella penombra della chiesa, dovesse apparire suggestivo. L'irradiazione diventa simbolo della liberazione dalla materia corporea e trasfigura la Santa in "essere di luce".
Nella serie Deiwo Giampaoli usa un bianco abbagliante che annulla lo spazio in cui i suoi "Saulo" si perdono, lottano, saltano come a cercare una via d’uscita o, semplicemente, accettano quella magia della visione e dell’apparizione che tocca i beati. Il bianco totale simboleggia il passaggio verso qualcosa di nuovo, di mistico.
É quasi tangibile la sensazione di assistere ad un processo di purificazione, che implica inevitabilmente una rinuncia: l'annullamento di sé, lo svuotamento e l'adesione ad una perfezione totale ed uniformante. L’essere umano diventa piccolo piccolo di fronte a tanta Luce che tutto avvolge, costringendoci ad un confronto prima interiore, con sé stessi, per poi arrenderci al cospetto di qualcosa di assoluto, che rimane inspiegabile ma visibile, in un’evidente stato di candida purezza idealizzata.

Claudio Composti

 





2010 Riflesso biografico in itinere  

Il percorso di ricerca che Alessandro Giampaoli ha intrapreso nel campo delle arti visive parte dall’ininterrotta riflessione sullo statuto dell’immagine fotografica che indaga sia la Natura dell’Essere, che quella più intrinseca dell’Essere della Natura.
Gli studi accademici lasciano una traccia indelebile nel suo modo di interpretare il linguaggio fotografico, che fa propri non solo i tempi dilatati del fare pittorico, ma anche le fasi del processo creativo di rappresentazione dell’oggetto e dell’organizzazione strutturale del materiale, in un movimento dialettico tra differenza e similarità. Diplomatosi con il massimo dei voti all’Accademia di Belle Arti di Urbino, intensifica l’attività, sperimentando nuove tecniche nella produzione artistica, per le quali vengono scelte cromie forti che alludono ad un’illusorietà fiabesca. É del 2000 la prima personale tenuta a Pesaro in cui espone fotografie che rappresentano l’ultima tappa di una modalità operativa basata sulla ricostruzione in studio di scenari con elementi naturali trovati e assemblage di ritagli fotografici. Segue uno sviluppo di tale tecnica con una semplificazione degli scenari stessi che non vengono più riprodotti in studio, bensì all’esterno. Con tono critico verso una contemporaneità che sente sempre meno il legame con la Natura, Giampaoli cala l’Essere umano nella Natura stessa, sottoponendolo ad una celata autoironia.
Gli anni di perfezionamento all’Istituto Europeo di Design di Milano segnano una svolta decisiva nella ricerca personale dell’artista che inizia un percorso a ritroso nel linguaggio fotografico, prima abbandonando il colore per il bianco ed il nero assoluti, poi cercando anche nella riproducibilità tecnica una semplificazione dei passaggi, che rendono la fotografia non un’istantanea del momento, ma un lungo processo metabolico di sintesi creativa. Nei lavori di questo periodo l’identità umana viene cancellata, le figure oscurate e assorbite da una Natura fagocitante. Nel settembre 2006 realizza un allestimento negli spazi dell’Istituto Beata Lucia di Narni, su richiesta della Facoltà di Architettura “Ludovico Quaroni” dell'Università degli Studi “La Sapienza” di Roma. L’anno seguente espone la serie “Le radici del cielo” a Palazzo Gradari di Pesaro, mostra dalla quale verrà editato l’omonimo volume fotografico, con testo critico di Lucio Del Gobbo.
Questa necessità urgente di sottrazione culmina nelle serie “Deiwo” in cui all’eterno dualismo Uomo/Natura viene affiancato il protagonista assoluto delle opere: il candido e torreggiante Vuoto. Il Tempo si fa attesa di un Viaggio archetipico verso la consapevolezza del sé, per una riconsiderazione dell’Uomo che non può partire dall’alto, dalle espressioni più elevate della sua creatività, ma dal basso, dal suo essere Natura, per il recupero di un continuum tra cosmo, organismo e mente.
Nel 2009 viene premiato con Honorable Mention al Prix De La Photographie Paris (Px3) per la serie "Little Infinity" e l’opera singola "Composed Look". Nel 2010 la stessa fotografia é selezionata tra le Nominations dei Black & White Spider Awards nella categoria Professional Fine Art. Le opere, già pubblicate in un servizio sul periodico di “tecnica e cultura della fotografia” FOTO Cult, a cura di Fausto Raschiatore, sono state esposte in Italia alla Fototeca Comunale di Civitanova Marche ed in Olanda alla Stadsgalerie di Woudrichem. Dall’incontro con il poeta Gianni D’Elia nasce poi il progetto editoriale “Il Volo”, dialogo tra versi ed immagini, di prossima pubblicazione.
Attualmente la direzione del percorso di ricerca ha come scopo il ripristino di un ritorno alle origini: ciò che prima rappresentava un passaggio tecnico voluto in ossequio al bianco e nero, ora è più marcato, poichè la fotografia è resa nella sua tonalità di bianco e nero da un’operazione concettuale e gestuale. Gli elementi -sia umani, che naturali- vengono direttamente dipinti di bianco e nero e poi fotografati, rievocando in tal modo quegli scenari di cui l’artista si era avvalso precedentemente. Il bianco ed il nero si fanno impronta dell’essenza sia naturale che umana. La Natura si tinge di nera evidenza per accogliere nel suo grembo vitale la speranza dell’Uomo di potersi abbandonare alla candida certezza offertagli dalla dimensione del Vuoto. La fotografia torna così a ridestarsi in allestimenti scenici che dialogano con la Natura e perseverano nella dinamica del divenire.

Debora Ricciardi

 





Creare il vuoto  

“Il vuoto è l'assenza di materia in un volume di spazio”.
“L'energia di vuoto è un'energia presente in stato latente nello spazio anche quando privo di materia. Questo concetto è legato ai vorticosi fenomeni di creazione e annichilazione di particelle. L'energia del vuoto provoca l'esistenza della maggior parte delle forze fondamentali e dei loro effetti.”

Il vuoto: denso, candido, abbagliante. Lucifero. Tutto annulla e tutto rigenera.
Lo spazio bianco che è delle attese, delle sospensioni, dei rinnovamenti, dei passaggi e dei transiti, degli inizi, delle energie latenti, declina una estetica della sparizione e della luce, una deriva identitaria. Senza riferimenti, declinato all’infinito “è un certo possesso del mondo da parte del corpo, una certa presa del corpo sul mondo” (M. Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione) che si frantuma. In una soggettività dis-locata, che si contrae e si espande.
Prelude ad una assenza significante.
Presenze ectoplasmatiche, minute, fragili, incongrue, precarie abitano le estremità, fuori fuoco e fuori centro, esistono in secondo piano, per sintesi, per gesti.
Il corpo, minimo, pare quasi segno calligrafico, come un ideogramma giapponese.
La presenza si fa danza, il movimento centrifugo è una strategia quasi rituale di persistenza e di dispersione, di appropriazione, di consunzione.
È divenire figura, farsi immagine.
Il lavoro fotografico di Alessandro Giampaoli crea il vuoto, dilata la percezione come in una trasfigurazione fulgente, in una metamorfosi accecante. Senza perdite.

Simonetta Angelini

Presentazione Deiwo, Fabula Mirabilis, Palazzo Mochi Zamperoli, Cagli, IT - 2010

 





2009 L’immagine rammemorante  

Se si fa ben caso, nelle immagini fotografiche di Alessandro Giampaoli si attua una sorta di riduzione figurale del soggetto rappresentato, con l’intento quasi di un confronto che contrapponga in uno scenario ieratico e meditativo, il cielo e la terra, i pieni e i vuoti, le luci e le ombre, la realtà apparente e quella significante. In alcuni casi l’immagine sembra quasi offuscarsi e deformarsi per esprimere meglio la sintesi di sé e soprattutto per cercare nelle cose e negli uomini, più che la fisionomia o il dettaglio, la loro verità profonda. In definitiva la fotografia di Giampaoli - è egli stesso a dichiararlo – è innanzi tutto “scelta”. Nella sua visione c’è compresa - ci deve essere compresa! - l’interiorità di chi sceglie, affinché la fotografia sia strumento di conoscenza intima oltre che mezzo di recepimento del reale. Egli non rifiuta il ruolo “realistico” che questa tecnica ha assunto nella storia e all’interno dell’arte, ma pone il realismo in una logica di superamento, perché il soggetto dimostri ed offra una visione sospesa, metafisica, surreale, trasfigurata nella luce e nella singolarità delle forme. Non dunque una contraffazione della realtà, ma la scelta di una lettura “altra”, quella che in un determinato momento sia la più vicina, la più corrispondente a uno stato d’animo, al modo di sentire dell’autore. Ne deriva un’immagine intimista fuori del tempo ma non fuori tempo, originale ed unica nella sua essenzialità.
Analizzando la varietà delle sue ricerche, sembra quasi che Giampaoli demandi un po’ della scelta del procedimento realizzativo al soggetto stesso, facendo in modo che sia questo a suggerire le sue necessità espressive. Se è vero dunque che, “fotografare è scegliere: scegliere che cosa vedere, che cosa far vedere e come farlo vedere”, postulato che l’autore ha eletto a sua regola, è anche vero che le opzioni relative al “come farlo vedere” vengono adeguate a certe caratteristiche del soggetto, sia dal punto di vista formale, sia nei contenuti che questo “sa” e ”può” rivelare.

Il dilemma di ogni artista fotografo è: cosa guardare? Come guardare? Dove appuntare la curiosità e l’amore? Sì, l’amore, perché è questo che spinge la curiosità a indagare, a circuire il soggetto di un’attenzione particolare, di un desiderio di compenetrazione e convivenza. In mancanza di tale passione che s’accende dentro non c’è fotografia. Non bisogna dimenticare che nell’intento di fissare la realtà in immagine, c’è sì il presente, ma c’è anche il passato, nel senso che destino di quell’immagine che si forma è di vedere il presente al passato, con quel che ne consegue nel tempo. C’è già una dose di nostalgia nello scatto, una sorta di poetica che si sprigiona: il pensiero di qualcosa che transita e non c’è più. La fotografia non è dunque solo guardare, ma vedere, piuttosto! E nella maniera più intensa e misteriosa: se nella foto non c’è il mistero manca una parte essenziale della realtà. Tutto questo Giampaoli dimostra di saperlo.
La presenza ricorrente del paesaggio nelle sue foto scaturisce da sensazioni che hanno un significato anche testimoniale. Sì, il paesaggio è un testimone della vita. Spesso ce ne dimentichiamo; non consideriamo che esso è destinato a sopravviverci, a ricordarci ad altri, a ricordare ad altri ciò che abbiamo visto e sentito: stessi colori, stesse forme, stessi suoni, stessi profumi. È vero che possiamo essere anche noi testimoni contemporanei di questo e dunque anche del paesaggio che lo racchiude, ma esso, il paesaggio, ha un vantaggio assoluto su di noi: la maggior longevità!
Sono spunti di pensiero cui le opere di Giampaoli impulsivamente inducono. Egli è un giovane autore dalla personalità notevolmente matura che, superata l’enfasi espressionistica dei contrasti esasperati e ad effetto, tipica dei neofiti della fotografia artistica, cerca “altro”, o meglio “oltre”, disponendo di un enorme bagaglio tecnico giudiziosamente acquisito e di una capacità di riflessione che man mano si attualizza in poetica.
Questa mostra ce ne dà un’ulteriore dimostrazione.

Lucio Del Gobbo

Alessandro Giampaoli - Occhi di Sogno, catalogo della mostra, Fototeca Comunale Civitanova Marche, Civitanova Marche, IT - 2009

 





Alessandro Giampaoli - Paesaggi  

Stampe alla gelatina d’argento virate al selenio su carta baritata. È questa l’estrema sintesi, tra sensibilità, creatività e conoscenze, del viaggio di studio, ricerca e sperimentazione fotografica effettuato da Alessandro Giampaoli, autore marchigiano che continua a prediligere gli strumenti analogici e la pellicola in bianco e nero. “La pellicola mi emoziona di più”, afferma. “Al digitale manca una cosa fondamentale: l'aspettativa. Quel momento magico che trascorre dallo scatto allo sviluppo, alla stampa, quando l'immagine finalmente si rivela.
É lo spazio di una riflessione, di un’attesa carica di tensione, dell'idea creativa che si materializza.
Il tutto e subito, quindi, non entusiasma Giampaoli: egli preferisce i ritmi di lavorazione lenti, che danno agio all’argomentazione, coinvolgono gradualmente, permettono di assimilare i processi mentali e di vivere le esperienze emotive nelle loro diverse angolazioni. Giampaoli, che vive e lavora tra Pesaro e Milano, ama e sviluppa percorsi narrativi e specifici itinerari d’indagine, struttura personali progetti iconografici, tematizza idee e riflessioni con sistemi sequenziali che hanno un inizio e una fine, nell’ambito di una ricerca articolata in cui non mancano le tracce di un passato dedicato alla pittura e al disegno. Come in queste immagini, nate da un concetto base che ispira l’autore, secondo il quale “il paesaggio è il luogo di confronto del nostro io con l’esistente, del riconoscimento e dell’interpretazione; il luogo del sentire, dell’agire e dell’immaginare”.
Paesaggi è un lavoro interessante, a tratti elegante e prezioso dal punto di vista culturale ed estetico, che evidenzia come l’arte fotografica estenda la sua influenza sulla sfera psicologica e intima dell’individuo. Ogni immagine ha un suo equilibrio strutturale e una propria autonomia espressiva, ed è ben collocata nel quadro narrativo globale. La trama linguistica di pregevole caratura: denota una sintassi di raffinata sensibilità ed è permeata di poesia, di tonalità dolci e sfumate, di silenzi e studiate solitudini che irradiano emozioni, disvelando tracce dell’evoluzione culturale e sociale dell’uomo. Il paesaggio, la cui osservazione permette sempre di elaborare riflessioni sul senso delle cose, così come descritto in questo portfolio, è antico e moderno, statico e mutevole, oltre che mezzo e strumento per interpretare la natura ed i suoi straordinari equilibri. Giampaoli tramite il paesaggio racconta di sé, ascolta l’ambiente che osserva, esprime il proprio punto di vista sul mondo in termini di conoscenze, di relazioni, di percezioni sulla natura umana e sul suo divenire. Si palesa così’ un mondo magico, veicolo e custode di vibrazioni emozionali autentiche e genuine, di profili espressivi singolari e di speciali sensazioni che l’autore individua e trascrive con il proprio linguaggio. Linguaggio che, oltre ad avere una specifica narratività, vanta un ricercato contenuto estetico e una stimolante valenza concettuale.

Fausto Raschiatore

FOTO Cult, Anno VI, Numero 52, Marzo 2009

 





2007 Le radici del cielo  

Hanno un fascino misterioso
e allo stesso tempo familiare
queste immagini del bosco

lo capisci quando ti porti a terra
e il tuo sguardo si allinea
con la prospettiva dal basso

allora tutto diventa chiaro
ecco il tuo bosco ritrovato
quello che avevi perduto
crescendo

Visioni velate dal volo del tempo
immagini della memoria
che ritrovi in fondo a un baule
e che ti riportano al mistero
del bosco e alla paura del lupo

Ciò che ti colpisce non è
quello che vedi con gli occhi
quanto ciò che gli occhi
non possono vedere
ma che percepisci con il ventre
entrando nel bosco a carponi

Sono foglie sono tronchi sono rami
sono vene di sangue e rughe del tempo
sono strati di vita su strati di morte
che si intrecciano e ti avvolgono
che ti attraggono e ti stordiscono
come il vortice del vento

Fusti come colonne
di un tempio sacro
erette per che
il Cielo tocchi
Terra

Le radici del cielo
il concetto poetico
dell’universo capovolto
la visione bambinesca
di un mondo a testa in giù
ma ancor prima la metafora
più accattivante di ciò che
ci lega al Divino

Antonio Cioffi

 





Le radici del cielo  

Mi ha colpito una frase letta di sfuggita su una rivista d’arte: “La fotografia è un esercizio del leggere, non dello scrivere”. Un’affermazione ad effetto, che però ha il difetto d’essere vera solo a metà. Perché se è vero che la fotografia legge (il famoso occhio fotografico che scruta e registra), è altrettanto vero che, avendo letto, simultaneamente essa scrive. L’esercizio della lettura e della scrittura, come fasi consequenziali e sintomatiche, è ricorrente in tutte le arti. Quanti scrittori sarebbero in grado di scrivere se non avessero prima letto dalla realtà o addirittura dalle pagine di altri scrittori? Dunque la fotografia (artistica, s’intende!) legge non più e non meno di altre forme di captazione creativa, ma ha l’incombenza immediata, nell’istante in cui legge, di saper anche scrivere, cioè dare una visione diversa, alternativa, della realtà che trova: di trarre e comunicare cose nuove e significanti da una “normalità” che si presenta come tale, ma che sa essere di più.
Alessandro Giampaoli è ben consapevole dei suoi doveri di fotografo artista, e dimostra di saper interpretare con adeguatezza tale suo ruolo e vocazione. In questa serie di immagini dedicate agli alberi e al bosco, il suo racconto è denso di sensazioni condivisibili. Un richiamo visivo che si tramanda alla meditazione, perché le immagini, come egli stesso dichiara, sono astrazioni: “tendono ad essere spazi mentali, stimoli di riappropriazione dello spazio della riflessione".

L’angolo visuale è il nostro, di terrestri, anzi di terricoli che guardano il cielo. Gli alberi sono stele rivolte al cielo; nell’immaginario di Giampaoli si trasformano in “radici del cielo”. Sembra che salgano, ma in realtà – questo è il discorso che l’artista presumibilmente si propone e che realizza con la suggestione delle immagini – in realtà discendono, in quanto è il cielo che attecchisce in terra, che vi estende una parte delle sue infinite radici. Forse questo vogliono rappresentare gli alberi che Giampaoli, con quasi ossessionata dedizione impressiona sulle sue carte sensibili: una corrente alternata tra terra e cielo; un dialogo che serva appunto a riportare in alto, verso il cielo, le tante storie che si aggrovigliano su questa nostra terra. Ma invitano anche a sentieri da percorrere. Sono vicende di uomini! Storie di morte, di angosce e di speranze, di struggimenti amorosi e di desolante solitudine. Popoli e nazioni di alberi, a volte liberi, altre volte imbrigliati dall’azione parassita di altre piante, quasi a formare un tunnel cuspidato che al tempo stesso è cattedrale e prigione. E in alto, sempre, uno spiraglio di cielo a cui confidare, e persino il sole: una luce in cui sperare e da cui attendere sollievo.
Ombre e luci in equilibrato dosaggio: è la vicenda dell’esistere! Un flusso verticale che si orienta ora verso l'alto ora verso il basso, quasi a rappresentare una situazione esistenziale che è interna all'uomo, che continuamente divide la sua coscienza tra spirito e materialità.

Lucio Del Gobbo

Alessandro Giampaoli, Le radici del cielo, Tecnoprint, Ancona, IT - 2007